Lavoratori da remoto in Italia - dati ISTAT sul lavoro agile
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Smart Working: da necessità a nuovo stile di vita

12/03/2026• Angelo Capriati• 10 min di lettura
È stato pubblicato a fine febbraio l'ultimo report ISTAT che si occupa di smart working e racconta come questa modalità di lavoro agile in Italia si stia stabilizzando come una pratica strutturale. Sono circa 3,4 milioni le persone che lavorano da casa almeno un giorno al mese, il 13,8% del totale.

Il lavoro agile si stabilizza

È stato pubblicato a fine febbraio l'ultimo report ISTAT che si occupa di smart working e racconta come questa modalità di lavoro agile in Italia si stia stabilizzando come una pratica strutturale.

Cerchiamo di capire quali dati emergono e come appunto tutto questo si stia normalizzando.

Figura 1 - Evoluzione del lavoro da remoto in Italia

Quasi triplicato il lavoro da remoto

Innanzitutto possiamo dire che è quasi triplicato il lavoro da remoto rispetto al periodo Pre-Pandemia. Erano infatti soltanto il 4,8% nel 2019 mentre nel 2023 il 13,8%.

La crisi mondiale legata al Covid 19 del 2020 ha favorito una rapida trasformazione del modo di lavorare, accelerando la diffusione del telelavoro e, in particolare, dello smart working.

Il lavoro a distanza è così diventato una componente strutturale della società, ridefinendo le relazioni tra lavoro e vita privata, tra spazi fisici e digitali, tra periodi di attività e riposo, riducendo parallelamente i tempi e i costi degli spostamenti.

I nuovi dati dicono che in Italia sono circa 3,4 milioni le persone che lavorano da casa almeno un giorno al mese (il 13,8% del totale) prima della pandemia erano meno del 5%.

Nel 2022 e nel 2023 si assiste ad una sorta di stabilizzazione del fenomeno infatti in entrambe le edizioni del Censimento permanente gli occupati da remoto si attestano al 13,8%.

Figura 2 - Percentuale di occupati da remoto in Italia

Il confronto europeo

Se andiamo un po' più in profondità con i dati vediamo una realtà più complessa perché di questi 3,4 milioni di persone solo 1,4 milioni, quindi 5,9% del totale degli occupati lo hanno fatto nel corso di almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre c'è una grossa fetta dei quasi due milioni di persone che lo fa in maniera più limitata, quindi lavora da remoto solo alcuni giorni a settimana o anche meno.

Nonostante questo nel nostro Paese la percentuale di occupati che utilizzano il lavoro a distanza resta comunque inferiore a quella della maggior parte degli altri Paesi europei.

Infatti secondo una statistica diffusa da Eurostat sugli occupati che, nel 2023, hanno svolto almeno la metà dei giorni di lavoro in smart working ("usually working from home") l'Italia, con il 5,9% è ben al di sotto della media Ue che è pari al 9,1%.

In testa alla graduatoria, con valori più elevati del 20% ci sono la Finlandia (22,2%) e l'Irlanda (21,8%) seguite da Svezia e Belgio che si collocano rispettivamente al 15,3% e 14,6%.

Sopra la media UE anche Germania e Francia con incidenze superiori al 10%.

Figura 3 - Confronto europeo sullo smart working

Le differenze territoriali in Italia

È una situazione comunque variegata. Non è variegata solo all'interno dell'Europa, ma è variegata anche all'interno degli stessi Paesi.

In Italia l'adozione dello smart working evidenzia marcate differenze tra le diverse aree del Paese.

Le città metropolitane e le regioni del Centro Nord mostrano livelli più elevati di diffusione del lavoro agile caratterizzate come sono da una maggiore concentrazione di settori terziari avanzati e da evolute infrastrutture digitali.

Figura 4 - Differenze territoriali dello smart working in Italia

I grandi comuni italiani

In 19 dei 27 comuni italiani con più di 150mila residenti la percentuale di lavoratori in modalità agile supera quella rilevata per l'Italia nel complesso (13,8%) con valori massimi raggiunti a Milano (38,3%).

La quasi totalità dei maggiori contesti urbani del Nord (12 su 14) si attesta su quote che vanno al di là del 14%, soglia superata anche da Bari nel mezzogiorno.

Particolarmente elevata l'incidenza nel capoluogo sardo (22,5%) dove più di un occupato su 5 ha sperimentato il lavoro da remoto.

Figura 5 - Smart working nei grandi comuni italiani

L'impatto settoriale

Lo smart working non ha avuto lo stesso impatto in tutti i settori dell'economia. La possibilità di lavorare da casa dipende infatti da molteplici fattori tra cui la specificità del ciclo produttivo nei diversi settori di attività economica, il tipo di mansione e il grado di digitalizzazione delle singole imprese.

Dalle stime prodotte emerge che il lavoro agile è più diffuso nel settore dei "Servizi dell'informazione e comunicazione" (60,2%), nel settore delle "Attività finanziarie e assicurative" (43,7%) e a seguire dal settore delle "Organizzazioni e organi extraterritoriali" (41,0%) e dalle "Attività professionali, scientifiche e tecniche" (36,9%).

Figura 6 - Diffusione dello smart working per settore economico

Le professioni qualificate

La diffusione dello smart working ha evidenziato una forte correlazione con le professioni qualificate ad elevata specializzazione (30,2%). È notevole il ricorso a forme di lavoro flessibili anche per gli occupati impegnati in lavori esecutivi d'ufficio (25,4%) attività a media qualificazione (24,7%) e nella gestione di imprese o nella dirigenza di strutture organizzative complesse (24,3%).

Figura 7 - Le donne e i giovani adulti verso una maggiore conciliazione casa lavoro

Le donne e la conciliazione casa-lavoro

In Italia il lavoro agile è più diffuso tra le donne per la possibilità di fornire uno strumento di utile conciliazione tra lavoro e famiglia. In base ai dati del Censimento permanente, nel 2023 il 15,2% delle donne ha usufruito di questa modalità di lavoro; tra i maschi la percentuale scende al 12,7%.

Figura 8 - Smart working per genere e fasce d'età

Le fasce d'età

L'adozione del lavoro agile riguarda il 12,7% degli occupati di 50 anni e più mentre gli smart workers di età compresa tra i 30 e i 49 anni superano il 15%. Si tratta di persone stabilmente inserite nel mondo del lavoro, presumibilmente con buone competenze digitali che, nella maggior parte dei casi, aspirano quindi ad una flessibilità che influenzi positivamente la mobilità e la qualità della vita.

Tra gli occupati 15-29enni si torna ai livelli dei più anziani o poco meno (12,3%). I più giovani spesso in fase di inserimento possono avere meno autonomia lavorativa o temere che l'assenza dalla sede di lavoro e il mancato contatto con colleghi e superiori comporti un impatto negativo sulle dinamiche lavorative e sulla progressione di carriera.

Figura 9 - Tra i laureati le percentuali più elevate di smart workers

Istruzione e smart working

I dati censuari mostrano in maniera inequivocabile come il lavoro da remoto sia direttamente proporzionale al grado di istruzione. Ad un alto titolo di studio corrisponde un maggiore utilizzo dello smart working.

Figura 10 - Correlazione tra istruzione e smart working

Verso una regolamentazione

Nei 27 comuni con una densità demografica pari o superiore ai 150 mila abitanti la percentuale di smart workers laureati è del 38,8% mentre nel resto dei comuni non si va oltre il 24,8%.

È opportuno quindi guardare allo smart working come un fenomeno con diversi aspetti ovvero se da una parte offre l'opportunità di conciliare il lavoro con le esigenze personali dall'altro si rivela come un fenomeno che rischia di creare o amplificare disuguaglianze. Occorre che le organizzazioni sindacali mettano in evidenza tutto questo.

Poiché non tutti possono partire dalle stesse condizioni c'è chi ha spazi adeguati in casa, chi ha condizioni efficienti e chi invece non ha tali condizioni e tali disuguaglianze rischiano di essere amplificate da una assunzione forzata dello smart working.

In questo senso è urgente procedere ad una regolamentazione dello Smart Working poiché i dati ci raccontano di un fenomeno ancora mutevole lontano dallo stabilizzarsi in una forma chiara e regolata e che necessita di una forma di contrattazione non relegata alla singola contrattazione dipendente / datore di lavoro con ripercussioni sulla organizzazione della vita delle persone.