Proiezioni demografiche al 2050
Economia

Le proiezioni demografiche al 2050

15/12/2025• Angelo Capriati• 12 min di lettura
Il Rapporto Svimez 2025 traccia le proiezioni demografiche al 2050: meno abitanti, Mezzogiorno più esposto, famiglie più piccole e nuove sfide per welfare, servizi e sviluppo produttivo.

Il Rapporto Svimez 2025

L’ultimo Rapporto Svimez 2025 analizza le proiezioni demografiche al 2050 ed evidenzia la necessità di rompere il circolo vizioso determinato da Contrazione Demografica / Meno Risorse e Meno Servizi / Minore Qualità della Vita / Nuova Emigrazione con politiche integrate di Sviluppo Produttivo e Servizi di Qualità.

Italia 2050: meno abitanti e profilo più fragile

Le proiezioni al 2050 delineano un’Italia con meno abitanti e un profilo demografico più fragile, ma con traiettorie territoriali differenziate. La popolazione complessiva si ridurrà di circa 4,6 milioni di persone, a causa sia del peggioramento del saldo naturale (da -280mila individui del 2024 a -462mila nel 2050), sia del progressivo ridimensionamento del saldo migratorio, previsto in calo da 244mila a 166mila unità.

Mezzogiorno: il cuore della contrazione

Quasi il 77% della contrazione si concentrerà nel Mezzogiorno, che da solo perderà intorno a 3,5 milioni di residenti.

Alla base dello spopolamento meridionale vi è soprattutto la caduta della natalità: dalle 131mila nascite registrate nel 2024 si scenderebbe a meno di 100mila nel 2050, complice il forte ridimensionamento della popolazione femminile in età feconda.

In assenza di flussi migratori significativi, la conseguenza sarebbe una perdita del 18% della popolazione attuale, con punte particolarmente gravi in Basilicata (-22,5%) e Sardegna (-22%), mentre l’Abruzzo limiterebbe la contrazione al -12,6% (Tab. 7).

Invecchiamento e squilibri tra generazioni

Il Mezzogiorno non solo sarà meno popoloso, ma anche significativamente più anziano: entro il 2050 la popolazione sotto i 15 anni diminuirà di 772mila unità (-31,1%), quella in età lavorativa si ridurrà di 4,1 milioni (-31,8%), mentre gli over 65 aumenteranno di 1,3 milioni (+27,4%).

Queste trasformazioni porteranno l’indice di vecchiaia del Mezzogiorno da 186 nel 2024 (meno di due anziani per ogni giovane) a 343 nel 2050, cioè oltre tre anziani ogni ragazzo, un valore addirittura più elevato rispetto al Centro (322) e al Nord (288).

Allo stesso tempo, l’indice di dipendenza strutturale (IDS) balzerà dal 56% all’88%, segnalando il crescente squilibrio tra generazioni.

Una misura più significativa è l’indice di sostenibilità economica (IDSE), che considera la sola componente occupata tra gli attivi: per le regioni meridionali lo squilibrio a svantaggio della popolazione attiva dovrebbe accentuarsi nel corso del prossimo quarto di secolo passando dall’attuale 114,1% al 177,8% nel 2050.

Indicatori demografici al 2024 e al 2050

Centro e Nord: ridimensionamento e invecchiamento

Anche il Centro Italia registrerà un ridimensionamento: 790mila residenti in meno (-6,7% rispetto al 2024). In quest’area i bambini e i ragazzi fino a 14 anni diminuirebbero di 191mila unità (-13,8%), la popolazione 15-64 anni di 1,5 milioni (-20,4%), mentre gli anziani crescerebbero di 909mila (+31,1%).

Al Nord la perdita complessiva si attesterebbe intorno a 283mila residenti. I giovani dovrebbero diminuire di “appena” il -5,2%, mentre la contrazione della popolazione in età attiva (–2,4 milioni) sarà significativa ma meno marcata (-13,7%) rispetto alle altre aree del Paese. In parallelo, si registrerebbe un forte incremento della popolazione ultrasessantacinquenne (+2,3 milioni, pari al +33,3%), accentuando il processo di invecchiamento.

Famiglie: più nuclei piccoli e persone sole

Le proiezioni al 2050 evidenziano un’Italia con un numero di famiglie solo lievemente superiore a quello odierno: 26,8 milioni contro i 26,5 milioni del 2024 (+1%). Questo aumento marginale, tuttavia, cela trasformazioni profonde nella composizione familiare.

Il quadro nazionale descrive quindi un Paese in cui la famiglia si fa numericamente più fragile, meno centrata sulla presenza di figli e sempre più polarizzata tra nuclei piccoli e individui soli.

Le coppie con figli mostrano la flessione più marcata: da 7,6 milioni nel 2024 a 5,7 milioni nel 2050 (–24,3%). Aumentano le persone sole fino a 11,00 milioni (+13%), crescono coppie senza figli (+6%) e monogenitori (+12%).

Il mutamento appare evidente anche osservando il numero medio di componenti per famiglia: a livello nazionale, si passerà da 2,21 persone nel 2024 a 2,03 nel 2050.

Famiglie per tipologia familiare (2024 e 2050)

Mezzogiorno: famiglie in diminuzione

Il Mezzogiorno si distingue come l’area più critica, essendo l’unica macro-regione destinata a registrare una diminuzione del numero complessivo di famiglie: da 8,5 milioni nel 2024 a 7,9 milioni nel 2050 (–6,6%).

La riduzione è trainata dal crollo delle coppie con figli, che passerebbero da 2,7 a 1,8 milioni (–32,8%), una contrazione nettamente superiore a quella osservata a livello nazionale. La struttura familiare sarà inoltre sempre più sbilanciata verso nuclei piccoli: cresceranno le famiglie unipersonali (+7%, da 2,9 a 3 milioni) e i monogenitori (+9%).

Di conseguenza, diminuirà la dimensione media dei nuclei: da 2,32 componenti nel 2024 a 2,06 nel 2050.

Immigrazione e politiche di lungo periodo

Il quadro che si delinea è quello di un progressivo degiovanimento della popolazione italiana, con squilibri territoriali in crescita: il Centro entra in una fase di ridimensionamento, il Nord limita le perdite grazie ai flussi migratori interni e dall’estero ma invecchia rapidamente, il Mezzogiorno affronta uno svuotamento demografico che mette a rischio la tenuta sociale ed economica dei territori, in particolare nelle aree interne.

In questo contesto, l’immigrazione straniera assume un’importanza fondamentale. In termini quantitativi contribuisce a riequilibrare i saldi e a contenere l’erosione delle coorti giovani; in termini qualitativi può apportare capitale umano utile all’innovazione e alla produttività. Ma da sola non basta.

Per contrastare il gelo demografico servono politiche di lungo periodo che agiscano sulla natalità (welfare familiare, servizi per l’infanzia, conciliazione vita-lavoro, sostegni ai redditi e alla genitorialità), sulla permanenza e il rientro dei giovani qualificati, e su percorsi rapidi e inclusivi di integrazione per le nuove famiglie straniere.

Contrastare il gelo demografico richiede politiche di lungo respiro: rafforzamento del welfare familiare, strumenti efficaci di conciliazione tra vita e lavoro, potenziamento dei servizi per l’infanzia, sostegni reali ai redditi e alla genitorialità. A queste misure vanno affiancate politiche inclusive di cittadinanza e integrazione sociale ed economica, rivolte in particolare ai minori e alle nuove famiglie straniere, per consolidare l’attrattività del Paese e valorizzare pienamente il contributo dei migranti al futuro dell’Italia. Senza un cambio di passo, la recessione demografica e l’ampliamento del divario Nord-Sud rischiano di comprimere crescita, coesione e prospettive di sviluppo del Paese.